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Roma, Camera dei Deputati, 19 marzo 2008
QUESTIONE TIBET
COMMISSIONI RIUNITE: AFFARI ESTERI E COMUNITARI (III) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI
AFFARI ESTERI, EMIGRAZIONE (3a) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA
Intervento di Marco Boato
Resoconto stenografico dell’Audizione. Seduta di mercoledì 19 marzo 2008

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca le comunicazioni del Governo sui recenti sviluppi della situazione in Tibet.

PRESIDENTE. Grazie. Desidero comunque precisarle che il Dalai Lama è stato accolto solennemente sia alla Camera sia al Senato.

MARCO BOATO. È stato accolto anche con un bellissimo discorso del presidente Umberto Ranieri, che ricordo molto bene e di cui gli sono ancora grato. Con la collega senatrice Anna Donati siamo pienamente consenzienti con l’intervento che la collega Tana De Zulueta ha fatto a nome del nostro gruppo. Aggiungo quindi solo alcune considerazioni, tra cui una di carattere rievocativo, giacché sono alla conclusione del mio iter parlamentare, che cominciai nel luglio del 1979 nell’auletta dei gruppi, che era l’analogo della sala del Mappamondo di oggi. Presidente del Consiglio, in regime di ordinaria amministrazione, era il Presidente Andreotti qui presente, mentre presidente della Commissione esteri era Cossiga, che poi qualche settimana dopo divenne Presidente del Consiglio. La vicenda riguardava i boat people, migliaia di persone in fuga dal Vietnam nel 1979, vicenda traumatica che ricordo ancora oggi. 

Rilevo un parallelismo tra le due vicende. Oltre che con l’intervento della collega De Zulueta, concordo con le considerazioni trasversalmente diverse della collega Boniver, del collega Spini, che ha anche evocato la possibilità di un ulteriore incontro sul Kosovo, proposta cui mi associo, dei colleghi Polito, Marcenaro, D’Elia.

I colleghi Polito e D’Elia hanno esaminato una questione sulla quale dobbiamo insistere maggiormente. Il collega Polito ha evocato la sfiducia diffusa in Tibet rispetto al metodo di lotta del Dalai Lama. Il collega D’Elia ha sottolineato l’attuale posizione di estrema debolezza del Dalai Lama; quanto sta avvenendo in Tibet, secondo D’Elia, è frutto dell’esasperazione di un deciso movimento indipendentista in contrapposizione alla linea finora seguita dal Dalai Lama. Ques’ultimo, infatti, punta a una forte autonomia politico-amministrativa del Tibet nell'ambito della Repubblica popolare cinese.

Sottolineo questi due interventi, perché rappresentano il punto cruciale di questa vicenda. Nel leggere che il Dalai Lama annuncia la possibilità di sue dimissioni, ricordo l'atteggiamento che verso la fine della sua vita ebbe Ghandi, il quale attuò un lunghissimo sciopero della fame rischiando la morte – sopravvenuta poi per mano di un attentatore – e testimoniando il dissenso verso ciò che stava avvenendo nei rapporti tra indù e islamici nell’India di allora, che poi si divise negli attuali India e Pakistan.

Il Dalai Lama è effettivamente in difficoltà, ma desidero ribadire quanto già evidenziato dal sottosegretario Vernetti e quanto ripetuto anche a Pechino nel 2005, come presidente di una delegazione della Camera, all'Assemblea del popolo, al governo e al Partito comunista cinesi. Tali incontri erano improntati a grande amicizia e si sono ripetuti a Roma pochi mesi fa, occasione in cui ho ribadito le stesse considerazioni. Agli amici e colleghi cinesi, che attaccavano duramente il Dalai Lama, risposi a Pechino e a Roma che in numerosi incontri avevo sempre sentito rivendicare al Dalai Lama l’autonomia del Tibet nell'ambito dell'unità della Repubblica popolare cinese.

A dimostrazione di questo, desidero ricordare che il Dalai Lama ha visitato numerose volte il Trentino-Alto Adige/Südtirol, dove ha avuto incontri sia con la provincia autonoma di Bolzano sia con la provincia autonoma di Trento e con l’Accademia europea di Bolzano, nell’ambito della quale si studiano in particolare i problemi delle minoranze linguistiche dell'autonomia; ciò, per approfondire l'esperienza del Trentino-Alto Adige/Südtirol e realizzare in Tibet, mutatis mutandis, qualcosa di analogo in termini di regime autonomista nell'ambito dell'unità della Repubblica popolare cinese.

In seguito a un periodo di violenza politica e di terrorismo che ha caratterizzato in particolare l’Alto Adige negli anni Sessanta e Settanta, lo Stato italiano ha risposto alle violenze politiche, ma ha anche promosso una forte iniziativa politica, costituzionale e statutaria per garantire al Trentino-Alto Adige una forte autonomia, che cancellò le spinte secessioniste e indipendentiste e realizzò una convivenza oggi esemplare a livello europeo e mondiale.

Poiché ritengo che i responsabili dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese seguano il nostro dibattito e che, probabilmente, leggeranno anche il resoconto stenografico dell’odierna seduta, desideravo offrire questa ulteriore testimonianza. Infatti, l’unica richiesta politica avanzata dal Dalai Lama costituisce lo strumento attraverso cui la Repubblica popolare cinese può depotenziare il conflitto in Tibet. Se questa lezione non sarà capita, non solo verrà delegittimato il Dalai Lama, ma verranno incentivate le spinte indipendentiste in alternativa alla richiesta di una forte autonomia nell'ambito della Repubblica popolare cinese.

PRESIDENTE. Credo che la convocazione delle due Commissioni sia da considerare una pagina importante nei lavori della XV Legislatura che si conclude.

Sono sicuro che la XVI Legislatura troverà un Parlamento sensibile a questi temi e proseguirà l’impegno del nostro Paese per le libertà nel Tibet.

Come mi faceva notare l’onorevole Boato, alla denuncia della violenza si è aggiunta in queste ore anche una dichiarazione della Santa Sede e anche il Dalai Lama è intervenuto ribadendo la necessità di trovare una via non violenta.

 

  Marco Boato

MARCO BOATO

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